ProgettoB.A.R.C.A.

ProgettoBarca

Tutta questa storia nasce su una barca, tanti anni fa. Attraversavo un mare per raggiungere un altro Paese e non sapevo che attraccavo in un posto dell’anima, prima tappa di un viaggio che oggi non è ancora finito. Buenos Aires, per me, è stata come l’isola del tesoro. Si è profilata all’orizzonte senza preavviso, un giorno era là e mi sono gettata nella sue braccia senza riflettere,come con gli amori di una vita. Buenos Aires dei teatri.

In questa capitale immensa, inflazionata dai problemi, caotica, in cui convivono villas1 e cantri2, misteriosamente, magicamente, il teatro unisce tutti. La gente va a teatro. “Ir a teatro es una buena cita” recita un detto porteño. Significa che portare qualcuno a teatro per un primo appuntamento è una garanzia di successo, un po’ come il nostro cinema delle ultime file. Per capire quanto sia forte la presenza dello spettacolo dal vivo, dell’evento teatrale nella vita delle persone bisogna vedere con i propri occhi le file ai botteghini nelle prime ore del mattino su Avenida Corrientes (un chilometrico boulevard costellato di teatri, la maggior parte con una capienza di più di 1.000 posti3), per accaparrarsi un biglietto per la recita serale che in poco tempo è sold out (o pomeridiana, o mattutina, visto che a Buenos Aires si recita a tutte le ore). Ed è proprio la composizione della fila ad essere interessante: cittadini di ogni tipo ed estrazione sociale, studenti, casalinghe, professionisti, businessman, addetti ai lavori, tutti sgomitano e si scambiano un mate nell’attesa.

Ma il teatro scorre ancora più in fondo alle viscere della città, entra nelle case, nei cortili, nei condomini, nelle vecchie fabbriche. Ai nostri occhi di teatranti italiani tutto questo sembra una favola ed è proprio quella la sensazione che si prova, di trovarsi dentro una favola, immersi in
un’aria effervescente che un po’ ubriaca e un po’ punge lo stomaco facendoci sentire immensamente vivi. E’ la stessa aria che avvolge piccole sale in appartamenti dove c’è regolarmente spettacolo e in cui la biglietteria è tra il frigo e il tavolo della cucina, ex fabbricati ora diventati centri culturali a partire da aggregazioni spontanee di cittadini, miriadi di altri luoghi dove persone di tutte le età provano, studiano o vanno in scena.

Non stupisce che molte compagnie e gruppi ormai ufficiali mantengano il nome di citofoni o condomini. Personalmente ho vissuto in tanti posti, tante cosiddette capitali del teatro come Roma, Parigi e Barcellona e ho sempre avuto la sensazione di trovarmi all’interno di un sistema teatrale che, in maniera più o meno efficace, garantiva un’offerta culturale variegata e dava vita, nel migliore dei casi, a un certo fermento artistico. Eppure il divario tra la società e i suoi addetti culturali, i suoi artisti, i suoi teatri era sempre presente, a volte incolmabile. E con esso quella sensazione di solitudine nota a molti noi attori, quella mancanza di un pubblico nel quale riconoscersi che ci fa percorrere la professione come una strada controvento. A Buenos Aires per la prima volta io mi sono riconosciuta in un sistema teatrale che permeava la società, in cui anche essere semplice spettatore ti rende parte attiva di un dialogo che è uno scambio di punti di vista sulla vita comune.

Questa, per me, è una società che non ha paura di guardarsi allo specchio, che non è succube di quello scollamento tra i cittadini e il mondo in cui essi agiscono che ben conosciamo in Europa e, purtroppo, particolarmente in Italia in questo momento storico. Il risultato, in termini artistici e più specificatamente drammaturgici, sono opere che parlano della vita reale, che riescono a coinvolgere lo spettatore a un livello intimo, senza chiudersi in interpretazioni autoreferenziali destinate a un pubblico di addetti ai lavori. Opere che hanno fatto della loro matrice popolare la base solida su cui costruire una raffinatezza letteraria riconosciuta nel mondo.

Le ultime generazioni di autori hanno ben presto trasvolato l’oceano per affermare la qualità delle loro produzioni, con il risultato che la maggior parte dei drammaturghi argentini sono tradotti in più lingue, editi, rappresentati e addirittura prodotti in molti Paesi quali la Francia, la
Spagna, gli Stati Uniti. Alcuni esempi su tutti: la casa editrice francese Les Solitaires Intempestifs ha nel suo catalogo, tra gli altri, Ricardo Bartìs, Juan Mayorga, Romina Paula, Mariano Pensotti e Rafael Spregelburd (tradotto in 11 lingue) e sempre in Francia esiste addirittura un’agenzia
teatrale che si è specializzata nel rappresentare artisti argentini, è Ligne Directe, fondata nel 2007 che annovera tra i suoi assistiti nomi importanti quali Tolcachir, Paula, Veronese, ecc… In Italia la maggior parte di questo teatro è ancora sconosciuta, a parte qualche felice eccezione ad opera di
lungimiranti autori ed editori, quali ad esempio Manuela Cherubini e Davide Carnevali che introdussero Mayorga e Spregelburd nel “Patalogo 2008: Nueva Hispanidad” di Ubu Libri e che
oggi continuano a tradurre e diffondere autori del calibro di Veronese e Daulte, o Editoria&Spettacolo che per prima ha pubblicato alcune opere di Tolcachir, Spregelburd, Kartùn e Veronese.

In questo panorama, la domanda che oggi mi pongo e che mi accompagna da sempre è: che cosa possiamo fare noi, noi giovani per forza che vorremmo prenderci il mondo ma non sappiamo da dove cominciare? Quello che intendo fare io con questo progetto è riuscire a portare in Italia un po’ di tutta questa meraviglia, di questa forza dirompente che è il teatro argentino oggi, cercando così di rinvigorire il nostro sistema non solo attraverso delle opere di ottima fattura, ma anche con l’assimilazione e l’esempio di una buona pratica di “resistenza del bello”. Perché quello che più stupisce nell’esempio argentino è come tutto ciò che vediamo oggi sia nato tra gli anni ’90 e 2000, a cavallo della più grande crisi economica che il Paese abbia affrontato in epoca recente e che portò alla bancarotta dello Stato nel 2001. Le persone, molte delle quali in quel periodo stavano perdendo tutto o quasi tutto, hanno reagito aggregandosi invece che isolandosi, aggrappandosi a quello che ancora li faceva sentire vivi ovvero le relazioni, il rapporto con l’altro, in un sistema mutualistico di sopravvivenza. Da qui al teatro il passo è breve. Questi artisti, che oggi animano il panorama teatrale porteño, spesso non hanno diplomi, non hanno fatto prestigiose accademie e non aspettano da nessuno il permesso di sentirsi dei professionisti, perché sono riusciti a dar vita a un sistema teatrale partendo dalle ceneri di una società che implodeva su sé stessa. Questo, senza presunzione, credo sia il maggiore insegnamento che possiamo ricevere, una sorta di passaggio di testimone per una “rivoluzione poetica”.

Ma come fare per innescare questo processo? Innanzitutto partendo dalla cosa più semplice e insieme fondamentale: i testi. Andare a caccia di novità per riportare qui una rosa di testi inediti su cui lavorare con un approccio prettamente “pop”ovvero popular. Un teatro che parli a tutti e che invogli tutti a venirlo a vedere. Questo è il principale obiettivo del “Progetto B.A.R.C.A. – Buenos Aires Roma Creativi in Asse”, possibile grazie a una serie di azioni specifiche: il coinvolgimento di personalità di spicco del mondo dello spettacolo che possano fare da richiamo per il grande pubblico e nello stesso tempo dare spessore e qualità alla messa in scena; una grande campagna comunicativa sui social e sul web e in generale un lavoro sul brand che coinvolga il pubblico puntando all’identificazione della community nell’evento proposto; un nuovo approccio collaborativo tra due teatri italiani prestigiosi che possano essere l’esempio di un metodo innovativo di produzione, forse più a misura del nostro tempo; un festival finale che coinvolga tutti nell’incontro dal vivo, pensato come una grande festa.
Progetto B.A.R.C.A. è un format replicabile che vuole rafforzare lo scambio culturale tra l’Italia e l’Argentina utilizzando il testo teatrale quale veicolo di nuove connessioni tra l’artista e la società e che si propone, nelle prossime edizioni, di esplorare altri Paesi, drammaturgie e buone pratiche aprendo un asse creativo percorribile in due sensi, per dare al teatro italiano la possibilità di crescere, rafforzarsi e, auspicabilmente, tornare a viaggiare nel mondo.

Alice Ferranti

 

1 favelas, come la famosa Villa 31 a Retiro
2 comprensori di ville riservate a persone molto facoltose, con guardie armate all’ingresso
3 Il Teatro Opera per esempio ha una capienza di sala di 2.500 posti (https://es.wikipedia.org/wiki/
Avenida_Corrientes#El_entretenimiento_y_la_cultura)
4 Grupo de Teatro Catalinas Sur (http://www.catalinasur.com.ar/); Circuito Cultural Barracas (http://ccbarracas.com.ar/)
5 il Teatro Timbre4 di Claudio Tolcachir prende il nome dal citofono (timbre) dove si suonava per entrare in sala, ex fabbrica di scarpe (http://www.timbre4.com/); la compagnia Estudio El Cuarto (cuarto = stanza) ha sede in un appartamento (https://estudioelcuarto.com/)